La precisione che salva: dentro la neurochirurgia del futuro

Scritto il 30/04/2026
da Saverio Nardella

C’è una linea sottile, quasi invisibile, che separa ciò che è operabile da ciò che non lo è. Ed è su quel confine che si misura davvero il progresso della neurochirurgia. In questa intervista, il dottor Marco Cenzato, direttore del Dipartimento di Neurochirurgia dell’Ospedale Niguarda di Milano, racconta come tecnologia, esperienza e visione possano spostare ogni giorno un po’ più in là quel limite, trasformando casi un tempo impossibili in nuove opportunità di cura. Ma l’innovazione, qui, non è mai fine a se stessa: è uno strumento preciso, scelto per migliorare la qualità del gesto chirurgico e la sicurezza del paziente. Dall’uso dell’esoscopio alla realtà virtuale, fino alla sala ibrida, emerge un modello in cui le tecnologie dialogano tra loro e con un team altamente specializzato. Al centro, però, resta sempre il paziente, accompagnato lungo un percorso costruito su misura. È il racconto di una neurochirurgia che non si limita a operare, ma che pensa, integra e decide insieme. Un’eccellenza che guarda al futuro senza perdere di vista ciò che conta davvero: la qualità delle cure e delle persone che le rendono possibili.

Il reparto di neurochirurgia è spesso riconosciuto come un punto di riferimento per l’innovazione: quali tecnologie avanzate ritenete oggi determinanti per migliorare gli esiti chirurgici e la sicurezza del paziente?

Ritengo che la tecnologia permetta di alzare l’asticella di quello che possiamo fare, di spostare in là il limite dell’inoperabile, per questo abbiamo investito in modo mirato su tecnologie che incidono davvero sulla qualità del gesto chirurgico, non sull’innovazione fine a se stessa. L’esoscopio, una telecamera ad alta definizione con visione 3D, in sostituzione del microscopio, ha cambiato profondamente il nostro modo di operare: ci offre una maggiore definizione e una visualizzazione tridimensionale ad alta definizione con un’ergonomia superiore al microscopio tradizionale, riducendo l’affaticamento del chirurgo nelle procedure più lunghe. 

La realtà virtuale con ricostruzione tridimensionale della patologia e dell’anatomia permette una visualizzazione prechirurgica che ci consente di scegliere il migliore accesso chirurgico.

Il laser chirurgico ha ampliato le nostre possibilità chirurgiche nella gestione dei piccoli vasi fragili delle malformazioni vascolari cerebrali, uno degli elementi più difficili di questa chirurgica particolarmente complessa. A questo aggiungo il monitoraggio neurofisiologico intraoperatorio continuo, che considero non un complemento ma una componente strutturale di ogni procedura neurochirurgica maggiore, che garantisce una maggior sicurezza per il paziente. 

Questo mese, infine, verrà completata la sala ibrida che ci permette di combinare neurochirurgia e neuroradiologia interventistica nello stesso contesto, il che è determinante per le malformazioni vascolari complesse, dove la verifica intraoperatoria può modificare una decisione che può cambiare radicalmente l’approccio. Queste tecnologie non lavorano separatamente: è la loro integrazione, governata da un team che le padroneggia davvero, a fare la differenza.

L’organizzazione del vostro dipartimento è considerata particolarmente efficiente: quali sono gli elementi chiave che vi permettono di garantire una gestione così coordinata e tempestiva anche dei casi complessi?

L’efficienza non nasce dalle procedure, nasce dalla cultura. In un reparto come il nostro, dove i casi urgenti si intercalano continuamente ai casi elettivi programmati, la vera competenza organizzativa è saper ridistribuire le priorità senza perdere qualità. Abbiamo lavorato molto sulla comunicazione interna: briefing strutturati, passaggi di consegna codificati. Ritengo che una componente essenziale sia il clima di lavoro e l’educazione. La percezione che stiamo facendo un lavoro importante, si concretizza in un impegno e una passione che permea tutto lo staff. In un buon clima si collabora volentieri per dare il massimo e io ho la fortuna di avere molti giovani bravi e motivati.

La presa in carico del paziente è un aspetto sempre più centrale: come riuscite ad accompagnare il paziente lungo tutto il percorso, dalla diagnosi al follow-up, assicurando continuità e personalizzazione delle cure?

Il paziente neurochirurgico, e in particolare quello con una malformazione vascolare cerebrale, non arriva con una diagnosi semplice. Spesso arriva dopo anni di incertezza, di passaggi tra specialisti, di diagnosi che non si traducevano in un piano terapeutico chiaro. Il nostro modello è costruito attorno all’idea che la presa in carico inizia nel momento in cui il paziente riceve la diagnosi, non quando entra in sala operatoria. Questo significa un colloquio pre-operatorio approfondito, in cui si spiegano rischi, alternative e aspettative realistiche. Significa un percorso post-operatorio con follow-up neuroradiologico e clinico codificato. E significa, ed è forse la parte più difficile, che quando la risposta giusta è “non operare”, glielo diciamo con la stessa chiarezza con cui proporremmo l’intervento. La personalizzazione delle cure, per noi, è proprio questo: non applicare un protocollo, ma costruire una decisione condivisa con il paziente. In molti contesti i pazienti ricevono pareri contrastanti e confondenti. Il fatto di avere riunioni multidisciplinari e condivise fa sì che il paziente riceva un’informazione univoca e condivisa. Inoltre abbiamo introdotto un supporto psicologico in reparto per permettere al paziente di affrontare i difficili momenti legati a diagnosi spesso angoscianti.

Il vostro team multidisciplinare rappresenta un valore aggiunto importante: in che modo la collaborazione tra diverse specialità contribuisce a migliorare la qualità delle decisioni cliniche e dei risultati?

Il board neurovascolare è il cuore del nostro modo di lavorare. Ogni caso complesso, AVM cerebrali, aneurismi a morfologia difficile, cavernomi del tronco, viene discusso collegialmente con neurochirurghi, neuroradiologi interventisti, neuroradiologi diagnostici, neurologi e, quando indicato, radioterapisti. Non si tratta di una formalità amministrativa: è il luogo dove le decisioni davvero difficili vengono prese, dove il bias del singolo specialista viene corretto dal punto di vista degli altri, dove l’esperienza accumulata su oltre mille malformazioni vascolari trattate in quindici anni si traduce in ragionamento clinico condiviso. La collaborazione non è un valore aggiunto opzionale, è la condizione senza la quale certi risultati non sarebbero possibili. Ed è per questo che siamo un modello in Europa.

Guardando al futuro, quali sono le principali sfide e opportunità per mantenere e rafforzare l’eccellenza del vostro reparto, sia dal punto di vista tecnologico che umano?

Le sfide sono due e opposte tra loro. La prima è tecnologica: l’intelligenza artificiale applicata alla neuroimaging e alla pianificazione chirurgica cambierà nei prossimi anni il modo in cui valutiamo e trattiamo le lesioni vascolari. Chi non si attrezza culturalmente prima ancora che tecnicamente rischierà di restare indietro.  La seconda sfida riguarda il capitale umano, un elemento critico aggravato dalla frammentazione del sistema sanitario. La dispersione dei casi complessi tra troppe strutture ostacola la curva di apprendimento delle nuove generazioni. 

La nostra risposta a questa seconda sfida è nella formazione continua tramite corsi di formazione chirurgica internazionali che teniamo 3-4 volte all’anno. Il prossimo è il Cerebrovascular Training Course, che nel 2026 celebra il cinquantesimo anniversario del primo bypass cerebrale eseguito a Niguarda, e che organizziamo insieme alla Neurochirurgia di Zurigo. Non si tratta solo di un evento celebrativo, ma di preservare e tramandare un’eredità di eccellenza chirurgica. La qualità della neurochirurgia di domani dipenderà interamente dall’impegno che dedichiamo alla formazione oggi.

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