Parafrasando il titolo del noto film “Quel che resta del giorno” in questi giorni di primavera in cui si ricorda il terribile marzo 2020 è doverosa una riflessione sul lascito di un’esperienza tanto dolorosa a quanto pare destinata a un oblio collettivo.
Da testimone involontaria e “privilegiata” (si fa per dire…) della pandemia come Direttore Generale della Asst Papa Giovanni XXXIII a Bergamo dal 2019 al 2023, con tutti i miei collaboratori che hanno scritto pagine di abnegazione e dedizione che oggi pochi sembrano ricordare, vorrei per punti sintetici riassumere il lascito del covid che in ogni ambito, ben lungi dal renderci migliori ha acuito i problemi di una società individualista.
Dal punto di vista del sistema sanitario ciò che ci aspettavamo dopo cinque ondate covid e la più massiccia campagna vaccinale della nostra storia in sostanza era rappresentato da:
- maggiori investimenti sulla sanità pubblica
- maggiore riconoscimento del ruolo svolto dagli operatori sanitari
- adozione di modelli organizzativi innovativi e auspicabilmente “rivoluzionari”
Sul punto 1 possiamo registrare in termini assoluti un incremento delle risorse destinate al Servizio Sanitario Nazionale. Tale incremento tuttavia non si è tradotto in risorse vere a disposizione per esempio per nuove assunzioni nelle aziende sanitarie pubbliche ma è stato di fatto assorbito dai rinnovi contrattuali e in larga misura da fondi destinati alla sanità privata accreditata per cercare di calmierare i tempi di attesa. L’aumento dei budget di produzione della sanità privata accreditata inevitabilmente crea un’aspettativa sui budget futuri visto che anche i privati, per erogare prestazioni aggiuntive a carico del SSN, hanno fatto investimenti e nuove assunzioni. Oltre a tale spostamento da erogatori pubblici a erogatori privati si affacciano sul mercato delle prestazioni sanitarie aspirando a un ruolo da protagonisti altri attori come le farmacie territoriali. E’ noto, anche dalle pagine del Magazine se ne è parlato molto, che incrementare l’offerta di prestazioni in sanità accresce quasi automaticamente la domanda di prestazioni in un circuito senza fine e mai virtuoso. Senza modelli organizzativi di presa in carico e interventi sull’appropriatezza il sistema è destinato a un futuro insostenibile solo meramente prestazionale in cui il cittadino fa le giravolte per inanellare con fatica una prenotazione dietro l’altra e in cui nessuno fa la sintesi sul suo stato di salute.
Sul punto 2 registro che dopo la fase che definirei “affettuosa” degli “eroi del covid” e della grande attenzione dei giovani alle professioni sanitarie nella fase immediatamente successiva alle prime ondate, il risultato oggi è che il nostro servizio sanitario soffre di carenza di professionisti, in particolare di infermieri. Posso testimoniare che durante la grande emergenza a Bergamo gli infermieri hanno dimostrato di avere l’organizzazione nel loro DNA riuscendo a montare e smontare reparti e percorsi con rapidità, efficacia e grande professionalità. Come è stato possibile che tale competenza sia stata dimenticata? Che il valore economico del lavoro sanitario sia davvero poco per chi ha in mano la nostra salute? Che pochi giovani oggi si avvicinino ai corsi di laurea infermieristici? Forse perché sanno di non avere prospettive di carriera pur con una laurea in tasca? Addirittura dopo la fase “eroi del covid” oggi bisogna tutelare il personale sanitario dalla aggressività e da episodi di violenza che lasciano davvero basiti.
Aggiungo che i dirigenti e gli operatori sanitari, contrariamente ad altre categorie di professionisti che, fortuna loro, sono praticamente indenni da responsabilità in caso di errore, sono chiamati a difendersi ogni giorno dal rischio di essere chiamati a “rispondere” tanto che ormai la medicina difensiva è tra le cause di potenziale inappropriatezza delle prestazioni sanitarie. In sintesi l’eredità del covid è esattamente il contrario di ciò che ci saremmo aspettati.
Sul punto 3 è opportuna una premessa. Il covid in Italia si è manifestato a macchia di leopardo. In alcune zone ha colpito durissimo come a Bergamo dove le persone autonomamente si isolavano nelle loro case temendo perfino di andare in ospedale (per settimane nel pronto soccorso di Bergamo sono quasi sparite le altre patologie…), in altre zone del nostro del nostro paese l’isolamento è stato talvolta “subito” facendo maturare in alcuni casi un senso di deprivazione per la libertà di movimento negata, non avendo le persone evidentemente sulla propria pelle il sentore di tragedia che si è respirato in Lombardia. Sto semplificando ma purtroppo la lettura degli interventi sui modelli organizzativi nuovi da mettere a terra e sul cambio di paradigma che sarebbe stato necessario non hanno certo attinto dall’esperienza più drammatica che doverosamente avrebbe dovuto essere adeguatamente considerata.
Come un mantra è stata evocata la carenza della sanità territoriale, cosi le risorse del PNRR sono state utilizzate per la rete delle case e degli ospedali di comunità. Peccato che poi i medici di base non ci vogliono entrare e che il modello ministeriale si sia ispirato a modelli di alcune regioni (come le case della salute della Toscana) difficilmente esportabili in altre realtà regionali. Morale per aprire case di comunità con tutti i requisiti di legge, visto che la coperta è cortissima, si chiudono servizi decentrati e magari assai utili per i cittadini.
Infine un doveroso accenno al piano pandemico che dovrebbe salvarci durante la prossima pandemia. Ad oggi, a ben sei anni di distanza, il nuovo Piano pandemico non è ancora operativo. Nel frattempo nel 2025 l’Italia si è ritirata dall’Accordo Pandemico Globale dell’OMS.
In un mondo che corre ogni giorno verso nuove emergenze contingenti manca sempre di più la capacità di imparare dal passato.