Il battito dell’eccellenza, oltre la diagnosi e dentro la cura

Scritto il 23/04/2026
da Saverio Nardella

Smiling female doctor in a white coat with a stethoscope holds a yellow folder, beside a colorful abstract background and Italian event text on the right.

Un reparto che non si limita a curare, ma ridefinisce ogni giorno il significato stesso di presa in carico del paziente: è da qui che parte questa intervista alla professoressa Cristina Giannattasio, direttrice della Cardiologia 4 Diagnostica e Riabilitativa dell’Ospedale Niguarda e direttrice della Scuola Specializzazione in Malattie Cardiovascolari – Università Milano Bicocca.

Nel cuore di questo ospedale metropolitano, la Cardiologia 4 diagnostica e riabilitativa si afferma come un modello di eccellenza in cui alla base c’è il valore di un approccio condiviso capace di coniugare innovazione, competenza clinica e visione umana della cura.

Un luogo in cui la medicina non è mai un atto isolato, ma il risultato di un lavoro corale e profondamente strutturato. Il valore distintivo risiede infatti nella forza del team, un “heart team” multidisciplinare che trasforma ogni decisione in un processo partecipato, solido e orientato al bene del paziente. Qui, l’aggiornamento continuo si intreccia con la discussione clinica, generando percorsi terapeutici sempre più mirati ed efficaci. La presenza di giovani professionisti in formazione alimenta inoltre un ambiente dinamico, rigoroso e proiettato al futuro.

Diagnosi precoce, tecnologie avanzate e riabilitazione olistica si integrano in un modello che guarda alla persona nella sua interezza. Quindi, non solo cura della malattia, ma accompagnamento lungo tutto il percorso, dal primo sintomo al pieno recupero. È questo approccio sistemico e condiviso che rende questo reparto un punto di riferimento nel panorama cardiologico nazionale.

Un’eccellenza costruita ogni giorno, grazie a competenze, metodo e una visione della medicina profondamente centrata sul paziente.

Professoressa, la Cardiologia 4 diagnostica e riabilitativa dell’Ospedale Niguarda è considerata un punto di riferimento a livello nazionale, quali sono gli elementi distintivi, in termini di competenze cliniche e approccio terapeutico, che la rendono un’eccellenza nel panorama cardiologico? 

Il nostro reparto è parte di un gruppo cardiologico storico, il cosiddetto De Gasperis, che comprende UOC con elevatissima super specializzazione, che ha trainato la cardiologia italiana nei suoi primi anni di specialità disgiunta dalla medicina interna e dalla cardiochirurgia e che tutt’oggi si posiziona come punto di riferimento nazionale. Un tratto distintivo del gruppo cardiologico di Niguarda e quindi anche della cardiologia 4 da me diretta, è il metodo di lavoro che considera non solo l’aggiornamento continuo dell’approccio terapeutico, ma anche e soprattutto la discussione e la condivisione dei percorsi diagnostico terapeutico sia in team multidisciplinare che intra unità operativa. Tale approccio consentendo di sviscerare e condividere criticità e responsabilità, supporta le scelte e le rende più solide, dando anche agio di comunicare ai pazienti ed alle loro famiglie percorsi non legati al singolo professionista, ma sempre frutto di discussione del cosiddetto “heart team”. A latere, ma sempre molto importante in questo processo, è la presenza di giovani professioni in formazione, che rendono la nostra attività necessariamente metodologicamente strutturata, al fine di permettere loro di apprendere e formarsi compiutamente. 

Nel vostro reparto la diagnosi precoce gioca un ruolo fondamentale. Quali tecnologie e metodiche diagnostiche avanzate utilizzate oggi per individuare e monitorare le patologie cardiovascolari, e in che modo queste innovazioni migliorano concretamente la cura dei pazienti? 

La diagnosi precoce, in realtà, è fortemente dipendente anche dalla tempestività del paziente nel segnalare e lamentare la sua sintomatologia, senza questo atto di fatto non si può istruire nessun percorso di diagnosi. Detto questo, oggi abbiamo a disposizione tutta una serie di metodologie sia di tipo analitiche biochimiche, come ad esempio il dosaggio della lipoproteina, sia legate alla genetica. Poi, tutta la diagnostica ultrasonografica, funzionale e radiologica, intendendo con ciò risonanza cardiaca e tac coronarica. Queste metodiche sono tutte presenti presso la nostra ASST e vengono utilizzate per la cura dei nostri pazienti. Certamente la collaborazione e la multidisciplinarietà con la radiologia è ancora una volta il veicolo di un’azione mirata, ben allineata alle indicazioni delle linee guida internazionali ed alla miglior cura per il paziente. Ad esempio la risonanza cardiaca ci permette di identificare, ancora in fase paucisintomatica, cioè in quella condizione patologica caratterizzata da un quadro clinico povero di sintomi, le alterazioni della struttura miocardica diagnosticabili come le cardiomiopatie e, conseguentemente, di istruire i percorsi e le cure più appropriate.

La riabilitazione cardiologica è sempre più riconosciuta come parte essenziale del percorso di cura. Come è organizzato il vostro modello di riabilitazione e quali risultati avete osservato nel migliorare la qualità di vita e la prognosi dei pazienti? 

Possiamo dire a ragione che la vera arma per la prevenzione secondaria non sono i singoli principi attivi o i singoli percorsi di follow up diagnostico, ma la visione di prevenzione secondaria olistica, a 360 ° che si configura nella riabilitazione cardiologica. In essa troviamo non solo la cura cardiologica dei fattori di rischio con l’obiettivo di raggiungimento dei goal di pressione, colesterolo, glicemia, trigliceridi indicati come protettivi nel lungo periodo. Ma anche l’azione del nutrizionista, che insegna a nutrirsi con criterio, dello psicologo, che aiuta a superare il trauma dell’evento acuto occorso e l’esercizio fisico. Quest’ultimo, proposto sotto la guida concertata del cardiologo e del fisioterapista, ha lo scopo di rimettere in azione tutti i meccanismi cardiovascolari di controllo: quali pressione e frequenza, e di allenare non solo i muscoli degli arti e quelli sistemici, ma il cuore a rispondere alle necessità di un maggiore o un minor lavoro. Nella nostra unità operativa ci siamo organizzati con un modello ambulatoriale, che permette al paziente di rientrare al domicilio risiedendo con i propri cari e se possibile di iniziare a rientrare nel tessuto lavorativo, dedicando alla riabilitazione alcune ore al giorno, così da poter recuperare le energie e far proprie tutte le indicazioni del cardiologo. I dati, sia di studi internazionali che quelli proprio del nostro gruppo di lavoro, indicano che vi è un significativo e positivo impatto sulla qualità di vita. E che le istruzioni date nella maggior parte dei casi permangono e continuano ad essere seguite, con comportamenti virtuosi, ma soprattutto indicano che la sopravvivenza priva di eventi è maggiore. 

Un tema fondamentale della sanità moderna è la presa in carico globale del paziente. In che modo il vostro reparto integra diagnosi, terapia, riabilitazione e follow-up per garantire continuità assistenziale e un percorso personalizzato?

La presa in carico globale del paziente è un obiettivo che talvolta viene raggiunto, ma che rimane sempre una opportunità perseguita nella maggior parte dei nostri pazienti. Sicuramente questo atteggiamento posto come obiettivo richiede un utilizzo importante di tempo dedicato ad una serie di attività che servono per  istruire percorsi, definire gli appuntamenti e le connessioni, per preparare tutta la parte burocratica (impegnative,  piani terapeutici ecc.) e la necessità di comunicare con tutti i mezzi che il nostro mondo digitale attualmente mette a disposizione. La continuità assistenziale vale soprattutto verso il territorio, ovvero prevedendo la gestione congiunta e la prosecuzione delle cure da parte di un gruppo di lavoro dislocato e decentrato rispetto al mondo ospedaliero stretto, ma anche il ritorno presso la struttura ospedaliera quando le condizioni cliniche variano e richiedono un altro tipo di intervento.

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