Dum bellum paras, bellum gerendum erit — BUON 2026

Scritto il 09/01/2026

di Giuseppe Orzati Fondatore Koncept e Cogi.co | Autore di “Pensare insieme alle macchine”

È venerdì 9 gennaio 2026.

Mentre scrivo, Firenze si sveglia con quella sua indifferenza secolare verso la fine del mondo. Dal mio studio in Via Baracca, esattamente sopra Runner Pizza, più vicini, più veloci (un dettaglio che aggiunge sempre quel tocco di realismo croccante alle mie apocalissi), sento il rumore del traffico e vedo il mio barboncino Mirtillo che mi guarda con un misto di affetto e commiserazione.

Lui vuole una passeggiata. Io sto cercando di capire se il mondo finirà prima o dopo l’ora di pranzo.

Benvenuti nel 2026. l’anno in cui il Doomsday Clock segna 89 secondi alla mezzanotte, Trump vuole comprarsi la Groenlandia (o invaderla, dipende dall’umore del mattino), e la Cina ha appena acceso un sole artificiale che fa sembrare le nostre bollette energetiche uno scherzo di cattivo gusto.

Eppure, eccoci qui. A chiederci se ChatGPT ha scritto bene la nostra mail di rientro dalle ferie.

La Bolla e il Paradosso del 9 Gennaio

Se guardo fuori dalla finestra, tutto sembra normale. Se guardo i dati sul mio schermo, siamo su un treno lanciato a 300 km/h verso un muro di cemento armato, mentre i passeggeri discutono furiosamente se la moquette della carrozza sia color ceruleo o carta da zucchero.

La realtà dei fatti, nuda e cruda come una margherita senza mozzarella, è che stiamo vivendo dentro la più grande bolla cognitiva della storia.

Wall Street ha scommesso 500 miliardi di dollari sull’Intelligenza Artificiale Generativa. Il ritorno economico attuale? Circa 12 miliardi. Per chi ama le proporzioni: abbiamo investito il PIL di Singapore per ottenere il PIL della Somalia. È l’Ouroboros della finanza, un serpente che si mangia la coda sperando che sappia di pollo.

Ma la vera notizia che nessuno vi dice (forse perché è troppo noiosa per i titoli clickbait) è che l’AI ha i suoi limiti. La fisica è testarda. l’entropia del linguaggio esiste. I dati di Internet sono finiti (li abbiamo usati tutti). E l’energia per far girare questi mostri sta diventando un problema che nemmeno la fusione nucleare cinese risolverà entro martedì prossimo.

Smettere di competere, iniziare a pensare (insieme)

Quindi, siamo spacciati? I computer quantistici decripteranno i nostri conti in banca mentre un algoritmo ci licenzia?

Forse. Ma proprio qui, tra il profumo di impasto lievitato e l’odore di smog, mi permetto un pensiero controcorrente, leggero ma — spero — intelligente.

Il 2026 non deve essere l’anno della paura. Deve essere l’anno della saggezza.

In questi anni abbiamo commesso l’errore di misurare l’intelligenza umana con il metro delle macchine. “l’AI calcola più veloce!”, “l’AI legge le lastre meglio!”, “l’AI scrive poesie (brutte) in tre secondi!”.

Vero. Ma sapete cosa non sa fare l’AI? Non sa passeggiare con Mirtillo sentendo il freddo pungente di gennaio. Non sa dubitare di se stessa. Non sa dire “non lo so”. Non sa capire quel contesto umano, fatto di sguardi e non detti, che rende un medico un bravo medico e non solo un tecnico delle riparazioni biologiche.

La mia proposta per questo 2026, nata qui nel “garage” fiorentino di Cogi.co, è semplice: smettiamo di costruire Artificial Intelligence (che punta alla potenza) e iniziamo a coltivare la Wisdom Intelligence (che punta all’appropriatezza).

Non dobbiamo pensare contro le macchine (perderemmo).

Non dobbiamo pensare come le macchine (diventeremmo noiosi).

Dobbiamo pensare insieme alle macchine.

Il lusso del tempo lento

Il vero status symbol del 2026 non sarà l’ultimo chip neurale o l’accesso al modello AI più esclusivo. Sarà il tempo lento.

In un mondo che genera contenuti infiniti a velocità luce, il gesto più rivoluzionario che potete fare è fermarvi. Leggere un libro intero invece di un riassunto generato da un bot. Guardare una persona negli occhi invece di scriverle in chat.

L’AI ci libera dalla fatica cognitiva ripetitiva? Bene. Non riempiamo quel vuoto con altra frenesia. Riempiamolo con ciò che ci rende insostituibili: la cura, la creatività caotica, l’empatia radicale.

Un augurio realistico

Non so se l’Europa diventerà una colonia digitale o se troveremo una nostra via (spoiler: la vedo dura, ma la speranza è l’ultima a morire, subito dopo la batteria del telefono).

Ma so cosa possiamo fare noi, oggi.

Possiamo smettere di chiedere all’oracolo digitale “qual è la risposta giusta?” e iniziare a chiedergli “quali prospettive mi sto perdendo?”.

Possiamo costruire relazioni reali, quelle che sopravvivono anche se salta il cloud di Amazon.

Possiamo ricordarci che il valore di un essere umano non coincide con la sua produttività economica (per fortuna, altrimenti Mirtillo sarebbe in bancarotta).

Buon 2026 a tutti.

Che sia l’anno in cui riscopriamo che l’intelligenza senza saggezza è solo velocità verso il nulla.

E che, a volte, la risposta migliore ai problemi del mondo è chiudere il laptop, scendere le scale e andarsi a mangiare una pizza.

Con affetto (e un po’ di preoccupazione),

Giuseppe

P.S. Questo articolo è stato scritto con l’aiuto di alcune AI. Ma i dubbi, le paure e l’amore per la pizza sono tutti, orgogliosamente, umani.