La realtà senza nome non esiste. E la sanità ne è piena.

Scritto il 20/03/2026

C’è un momento in cui qualcosa di reale smette di essere invisibile. Accade quando qualcuno trova le parole giuste per dirlo. Prima di quel momento, il fenomeno esiste — c’è nella pratica, lo sentono i clinici, lo vivono i pazienti — ma non può essere misurato, governato, finanziato. Perché ciò che non ha nome non può essere oggetto di decisione deliberata.

Questo è il punto di partenza della Scienza della Scoperta (SdS): una teoria formale su cui sto lavorando per affrontare sistematicamente un problema antico. Non come renderemo le scoperte meccaniche — questo sarebbe impossibile e anche sbagliato — ma come renderle sistematicamente possibili.

Il problema: sappiamo verificare, non scoprire

La filosofia della scienza ha costruito negli ultimi cento anni strumenti potentissimi per giustificare le conoscenze acquisite: logica, statistica, falsificazionismo, metodi sperimentali. Ma il momento che precede tutto questo — il momento in cui qualcuno si accorge che c’è qualcosa da sapere — è stato lasciato alla psicologia, alla fortuna, al “lampo di genio”.

La SdS propone di colmare questo vuoto. Dotare il contesto della scoperta delle stesse strutture concettuali che il contesto della giustificazione ha già. Non per toglierle il respiro creativo, ma per renderle trasmissibili, ripetibili, amplificabili.

Le anomalie non sono errori: sono segnali

Il cuore della teoria è una scommessa epistemica precisa: le anomalie — gli scarti tra ciò che il linguaggio esistente riesce a descrivere e ciò che l’esperienza mostra — non sono rumore da eliminare. Sono segnali che indicano l’esistenza di un mondo descrivibile non ancora descritto.

Ogni termine che usiamo non è un mezzo trasparente per descrivere la realtà: è un bordo. Delimita cosa è visibile e cosa no. Orienta l’attenzione e crea zone di invisibilità sistematica. E là dove un linguaggio non arriva, la realtà non scompare: scompare solo la nostra presa su di essa.

Dieci anomalie nella sanità italiana

L’applicazione più concreta e sorprendente di questa teoria è proprio nel sistema sanitario italiano. Orzati identifica dieci anomalie nel linguaggio con cui descriviamo la salute — dieci luoghi in cui la realtà esiste ma le parole mancano, e dove questa mancanza produce danni reali.

Il paziente che non è (ancora) malato. Il SSN non ha un termine per “la persona di cui il sistema si prende cura prima che si ammali.” “Assistito” è burocratico, “cittadino” è generico, “utente” è consumistico. Chi non accede al sistema è invisibile. Il sistema attende la malattia invece di seguire la traiettoria.

Il tempo senza nome tra ospedale e territorio. Quando un paziente viene dimesso, entra in una zona che non ha nome. L’ospedale lo ha “dimesso” (un atto). Il territorio non lo ha ancora “preso in carico” (un processo futuro). Nel mezzo c’è un intervallo che può durare ore, giorni, settimane. Non è misurato, non è governato, non è finanziato — perché non è una categoria. Il paziente dice: “Mi hanno mandato a casa e nessuno mi ha più cercato.” Il sistema non sa nominare quello che il paziente descrive come abbandono.

Il costo dell’inazione. Il SSN sa calcolare ogni prestazione, ogni DRG, ogni farmaco. Non ha un termine per il costo del non-fare. Ogni decisione di non-fare non ha prezzo, quindi non ha confronto, quindi non ha governance.

La geografia come variabile clinica invisibile. Due pazienti con la stessa diagnosi ma uno ad Amatrice e uno a Roma non hanno lo stesso rischio clinico. Ma il linguaggio clinico non lo vede. “Rischio geo-clinico” non è una categoria nel lessico medico — eppure determina concretamente esiti, tempi di soccorso, probabilità di trattamento.

L’aderenza che non distingue i meccanismi. “Non-aderenza” è un’etichetta binaria che appiattisce quattro meccanismi radicalmente diversi: non può, non vuole, non ricorda, non sa. Quattro problemi che richiedono quattro interventi diversi, tutti nascosti sotto una sola parola.

Il linguaggio come atto politico

La Scienza della Scoperta non è una teoria astratta. È una teoria con conseguenze pratiche immediate: se ciò che non ha nome non può essere governato, allora creare nuove categorie è un atto politico.

Rendere visibile “il transito assistenziale” non è solo un esercizio linguistico: significa che d’ora in poi quel intervallo ha un responsabile, ha un tempo massimo accettabile, ha un indicatore, ha un finanziamento possibile. Il sistema smette di essere cieco in quel punto.

Ma la teoria avverte anche del contrario: ogni nuova categoria che illumina qualcosa oscura qualcos’altro. Non c’è scoperta neutra. Chi nomina sceglie cosa portare alla luce e — inevitabilmente — cosa lasciare nell’ombra. La responsabilità generativa non è un ornamento etico: è parte del metodo.

L’intelligenza artificiale come amplificatore abduttivo

In questo quadro, i grandi modelli linguistici (LLM) trovano finalmente un ruolo epistemicamente preciso. Non sono strumenti per “fare cose più in fretta.” Sono il primo dispositivo nella storia che opera nativamente nello spazio dei linguaggi: addestrati su centinaia di linguaggi disciplinari, possono rilevare vuoti lessicali, tradurre anomalie da un linguaggio a un altro, generare ipotesi abduttive che nessun singolo esperto avrebbe formulato da solo.

La differenza tra un LLM usato come motore di ricerca veloce e un LLM usato come amplificatore abduttivo è la differenza tra uno strumento che risponde e uno strumento che scopre.

Nota sull’immagine

L’illustrazione riprende il manoscritto di Voynich, un codex del XV secolo pieno di piante sconosciute, diagrammi astronomici e testo scritto in un alfabeto che nessuno è ancora riuscito a decifrare con certezza. È considerato da molti il “libro più misterioso del mondo”: non sappiamo chi lo abbia scritto, in quale lingua, né quale messaggio contenga davvero.

Lo abbiamo scelto come immagine per un articolo sulla Scienza della Scoperta proprio per questo: il Voynich rappresenta in modo radicale una realtà che esiste, è lì davanti a noi, ma resta epistemicamente invisibile finché non troviamo il linguaggio per dirla. È il simbolo perfetto di tutto ciò che, anche in sanità, vediamo ma non sappiamo ancora nominare.