L’intelligenza che manca alla mappa: critica ragionata al rapporto sull’AI in Italia

Scritto il 02/04/2026

Il Rapporto Floridi fotografa l’ecosistema italiano dell’IA. Ma la fotografia ha un punto cieco: le persone.

di Giuseppe Orzati

Il rapporto “L’Italia nell’era dell’IA” della Fondazione Leonardo, curato da Luciano Floridi e Micaela Lovecchio è il documento più completo mai prodotto sullo stato dell’intelligenza artificiale in Italia. Centoquarantotto pagine, diciotto raccomandazioni con KPI misurabili, una mappatura che spazia dai supercomputer alle startup, dalla Legge 132/2025 al divario salariale con la Germania. Chi vuole capire dove siamo, parte da qui.

Ma ogni mappa ha i bordi. E ciò che resta fuori dai bordi, a volte, è ciò che conta di più.

Rapporto Floridi

La mappa

I numeri del rapporto meritano attenzione. Il mercato italiano dell’IA ha raggiunto 1,2 miliardi di euro nel 2024, con una crescita del 58% sull’anno precedente. Due supercomputer italiani sono nella top 5 europea. La Legge 132/2025 ha reso l’Italia il primo Stato membro dell’UE con una normativa organica sull’intelligenza artificiale. Sei modelli linguistici italiani — Minerva, Velvet, Colosseum, Italia, FastwebMIIA, Vitruvian — offrono alternative a chi ha bisogno di soluzioni adatte alla lingua e al contesto normativo nazionale.

Il rapporto documenta anche le fragilità. Il divario salariale del 40-50% con Germania e Regno Unito alimenta la fuga dei talenti. Solo il 15,7% delle PMI ha adottato l’IA, contro il 53,1% delle grandi imprese. La dipendenza dall’hardware estero — in particolare da NVIDIA — è strutturale e condivisa con tutta l’Europa.

Fin qui, la fotografia. Nitida, ben esposta, ben incorniciata.

Il punto cieco

Il rapporto pensa l’intelligenza artificiale come un prodotto. L’intero framework è organizzato per strati tecnologici — hardware, cloud, dati, modelli, applicazioni — e misura il successo per tasso di adozione: quante imprese “usano” l’IA. Ma l’adozione non è il valore. Un’azienda che usa l’IA per classificare le email e una che la usa per riprogettare un percorso di cura finiscono nella stessa statistica. Il rapporto misura quante aziende hanno comprato il trapano. Non quanti buchi hanno fatto, né se servivano.

Il punto cieco è più profondo. L’intera analisi è strutturale: hardware, software, normativa, capitali, talenti, infrastrutture. L’unica traccia di comportamento umano è nella sezione sulla percezione pubblica — cosa pensano gli italiani dell’IA secondo l’Eurobarometro. Ma il motivo per cui il 15,7% delle PMI non adotta l’IA non è solo strutturale. È comportamentale: il titolare diffida, il consulente vende promesse generiche, il processo aziendale non è documentato, la cultura organizzativa resiste al cambiamento in modi che nessun incentivo fiscale può risolvere da solo.

La sanità — il settore che il rapporto stesso identifica come terreno di differenziazione — è citata quattro volte in 148 pagine. Quattro. Il SSN italiano è il più grande sistema sanitario pubblico d’Europa, con oltre un milione di dipendenti, una governance su cinque livelli (Stato, Regioni, ASL, Ospedali, Territorio), e un patrimonio di dati clinici e organizzativi che altri paesi possono solo immaginare. Il rapporto dice “sanità” come se fosse un’etichetta. Non la attraversa come un sistema.

L’intelligenza che manca

Eppure, in Italia, qualcosa di diverso sta prendendo forma. Non nei laboratori dei modelli fondativi — dove la competizione con gli Stati Uniti e la Cina è persa in partenza, per ragioni di scala e di capitale. Ma nei corridoi degli ospedali, nelle sale riunioni dove si decidono i percorsi di cura, negli uffici dove un direttore generale cerca di capire perché un cambiamento introdotto sei mesi fa non ha funzionato.

L’idea è questa: l’intelligenza artificiale più utile per l’Italia non è quella che genera testo o classifica immagini. È quella che capisce come si comportano le persone dentro le organizzazioni — e perché si comportano così. Un’intelligenza che analizza non solo i dati clinici ed economici, ma i bias decisionali, le resistenze al cambiamento, il sapere tacito che nessun protocollo ha mai codificato, la distanza tra ciò che le persone dichiarano e ciò che fanno.

Non è un chatbot. Non è un sistema di business intelligence con un’interfaccia conversazionale. È un sistema che costruisce soggetti digitali calibrati sulle persone reali di un’organizzazione — con i loro bias, le loro abitudini, la loro storia — e li fa deliberare su un cambiamento proposto prima di attuarlo. La soluzione che emerge tiene conto di come le persone si comportano davvero, non di come dovrebbero comportarsi secondo il protocollo.

Sette idee che il rapporto Floridi non esplora

L’IA del sapere tacito. L’Italia è il paese dove il chirurgo “sente” la complicazione prima che i parametri la mostrino, dove l’artigiano sa quando il formaggio è pronto dal suono, dove l’infermiere capisce che il paziente peggiora dal modo in cui cammina nel corridoio. Questo sapere non è in nessun database, non è addestrabile con i metodi standard. Un sistema che lo cattura — osservando i pattern, confrontando chi funziona meglio del previsto con chi funziona peggio — è un sistema raro. L’Italia ha una densità di sapere non codificato che pochi altri contesti possono offrire.

L’IA per le PMI come servizio, non come prodotto. Il rapporto propone un “assessment di prontezza all’IA” — un questionario. Ma le PMI che non hanno un CTO non hanno nemmeno chi lo compila. L’alternativa: un modello dove il dato della PMI resta locale, il sistema si allena sulla federazione, e il risultato torna come raccomandazione operativa. L’analogia è l’INPS: nessun cittadino deve capire il calcolo attuariale per ricevere la pensione. L’IA per le PMI dovrebbe funzionare allo stesso modo.

L’IA della governance multilivello. L’Italia ha un sistema unico: Stato, Regioni, ASL, Ospedali, Distretti, Medici di Medicina Generale, Comuni. Ogni livello ha dati, decisori, vincoli e obiettivi diversi — spesso in tensione. Un sistema che simula gli effetti di una decisione presa al livello regionale sugli attori del livello ospedaliero e territoriale, prima che la decisione venga attuata, è un sistema che nasce dalla complessità specifica della governance italiana — una complessità che pochi altri paesi condividono.

L’IA come ponte tra il dichiarato e il fatto. La distanza tra la policy e l’implementazione — tra ciò che il decreto dice e ciò che l’operatore fa — è il problema strutturale italiano. Un sistema che misura questa distanza su scala di sistema trasforma il monitoraggio da “cruscotto con indicatori” a “diagnostico che capisce perché l’indicatore non si muove.”

L’IA degli invarianti culturali. Il rapporto nota i “bias linguistici regionali” nei modelli italiani. Ma il bias non è solo linguistico — è culturale, organizzativo, relazionale. Il modo in cui si prendono decisioni in un ospedale napoletano è diverso da quello milanese — non peggiore, diverso. Un sistema che modella queste specificità, non per eliminarle ma per tenerne conto quando progetta un cambiamento, produce soluzioni che funzionano nel contesto reale.

L’IA della prevenzione come sistema. Il rapporto cita la convergenza IA–Life Sciences pensando ai mega-round biotech. Ma la prevenzione in Italia non è un farmaco — è un sistema: il medico di base, la farmacia, il distretto, la Centrale Operativa Territoriale, l’ospedale di comunità, il caregiver. Un sistema intelligente che orchestra questi attori — che sa quando il paziente sta per abbandonare la terapia, perché lo fa, e come intervenire al momento giusto — riduce le readmission, i costi, e la sofferenza. Non serve un mega-round. Serve un pilota con un reparto e dati reali.

L’IA del cambiamento che regge. Il rapporto raccomanda cluster settoriali, assessment, fondi. Tutte leve strutturali. Ma il cambiamento organizzativo fallisce o regge in base a variabili che nessuna di queste leve tocca: la resistenza del primario che ha sempre fatto così, l’infermiere sovraccarico che non ha tempo per il nuovo sistema, il paziente anziano che non sa usare il tablet. Un sistema che misura queste variabili su cinque dimensioni — clinica, economica, umana, sociale, organizzativa — e verifica a 90 giorni se il cambiamento ha retto, è un sistema che trasforma la raccomandazione di policy in realtà operativa.

L’AI Made in Italy che può vincere

Il rapporto Floridi descrive un’Italia che insegue: meno investimenti degli USA, meno talenti del Regno Unito, meno startup della Francia. E propone di colmare il gap — più fondi, più incentivi, più formazione. Tutto giusto. Tutto necessario.

Ma c’è un’altra Italia possibile. Quella che non insegue — ma che costruisce qualcosa che gli altri non hanno pensato. Non un modello linguistico più grande. Un’intelligenza più profonda: quella che capisce come funzionano le organizzazioni complesse, perché le persone resistono al cambiamento, dove si nasconde il sapere che nessun dato strutturato contiene, e come tradurre una decisione in un cambiamento che dura.

Questa intelligenza non si costruisce a San Francisco. Si costruisce nei corridoi degli ospedali italiani, nelle sale riunioni delle ASL, negli uffici dei direttori generali che ogni giorno cercano di far funzionare un sistema che serve sessanta milioni di persone. Si costruisce partendo dai dati reali, dalle resistenze reali, dalle persone reali.

È un’intelligenza made in Italy non perché parla italiano — ma perché capisce l’Italia.

Chi è interessato a saperne di più, sa dove cercare.

Giuseppe Orzati