Cosa manca nel disegno di legge delega

Scritto il 28/01/2026

L’attuale Governo, avrebbe potuto essere più coraggioso nel proporre una legge delega sul SSN. Avrebbe potuto chiedere al Parlamento una delega per un periodo più lungo, con la finalità di attuare un disegno più organico e non semplicemente la possibilità di emanare decreti legislativi per i quali sono enunciati dichiarazioni di intenti e un focus dominante.

Le dichiarazioni di intenzioni riguardano il potenziamento dell’assistenza di prossimità, il coordinamento tra assistenza ospedaliera e assistenza di prossimità, revisione e integrazione dei contenuti dei D.M.70/2015 e 77/2022. I tempi stretti e la genericità dei principi guida fanno prevedere che “ci sarà poco o nulla sotto il sole” del decreto rispetto alla legislazione vigente. 

Appare invece più precisa la volontà di istituire ospedali di eccellenza di terzo livello con rilevanza nazionale e sovranazionale.  Più che dell’istituzione di nuovi ospedali oggi si avverte il bisogno di razionalizzare la rete degli IRCCS e  AOU per definire meglio il posizionamento strategico di ognuno di essi, magari riducendo il numero sulla base di reali contributi dati alla ricerca e allo sviluppo delle conoscenze. Non occorre essere profeti per prevedere che l’attuale formulazione spingerà nella direzione opposta, ossia con pressioni per istituire nuovi “presunti poli di eccellenza” e ad una tendenza di “finanziamenti a pioggia su un numero più elevato di enti”.

Una legge delega più ampia e più estesa nel tempo avrebbe consentito di intervenire su problemi critici che oggi attanagliano il sistema: procedere ad una decisa semplificazione, rivedere le competenze dello Stato e delle Regioni per fare in modo che l’autonomia differenziata non sia causa di ulteriori divergenze ma sia in grado di promuovere la convergenza verso una maggiore equità, come affrontare il problema di carenza del personale degli infermieri e prevedibile eccesso di medici a partire dal  2030-2031 quando si manifesteranno gli effetti dell’aumento del numero di iscritti, come riorganizzare il sistema delle professioni sanitarie che oggi appare eccessivamente frammentato, come rivedere la formazione universitaria (in accordo con il Ministero dell’Università) e continua “life long learning”  da rendere flessibile in relazione all’evoluzione delle conoscenze e delle tecnologie, come raccordare le norme sul Servizio Sanitario Nazionale con quelle che riguardano la filiera delle Life Sciences  e con quelle di politiche settoriali, in uno scenario di estrema turbolenza ed incertezza di tipo geopolitico, come rilanciare una programmazione con logica innovativa che preveda “orientamenti e criteri adattabili ad un contesto che cambia rapidamente” e non costituita da indicazioni rigide che spesso si rilevano superate ancor prima di essere approvate.